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Anticoagulanti nella lotta murina e derattizzazione

anticoagulanti Rodenticidi
La tabella per le DL 50 dei diversi principi attivi

Le esche rodenticide utilizzate nel servizio di derattizzazione sono prodotti definiti “anticoagulanti” ed hanno rappresentato la svolta fondamentale nella lotta murina nel secondo dopoguerra.La ragione del loro successo stà in diversi fattori,tra i quali possiamo citare il ritardo del meccanismo di azione che non genera diffidenza nei roditori,l’assenza di sapori e odori particolari,le basse dosi delle formulazioni,l’esistenza di un antidoto specifico che ne neutralizza gli effetti se somministrato nei tempi dovuti. Gli anticoagulanti appartengono alla famiglia chimica delle Cumarine.
La loro azione si esplica a livello del fegato,agendo come antagonisti della vitamina K e interferendo con la sintesi dei fattori della coagulazione del sangue.
Agisce quindi provocando emorragie interne in tutte le specie animali a sangue caldo e non ha effetti su rettili,insetti,lumache ecc.
La loro azione inizia almeno dopo 3 giorni dall’ingestione e può essere ritardata se l’animale assume in contemporanea alimenti epato-protettori.I tempi di azione dipendono inoltre dalla quantità di esca ingerita in rapporto al peso del roditore e dal tipo di principio attivo,la cui DL 50 può variare anche in maniera significativa,crescendo a partire dal p.a. Bromadiolone per passare al Difenacoum e al Brodifacoum. L’appetibilità è invece inversamente proporzionale alla tossicità dell’esca.
Gli anticoagulanti se assunti in dosi non letali vengono smaltiti dai roditori con gli escrementi e le urine.

Vespe e calabroni:attenzione alle allergie

Fonte: www.wikipedia.it

Si distinguono per avere gli occhi composti a forma di rene ricurvo. Lunghi da 1 a 5 cm , i vespidi hanno corpo bruno o nero a strisce gialle o variamente colorato nelle specie di paesi tropicali.Le vespe sono insetti sociali: le loro società comprendono femmine sterili, operaie, ed una o più femmine fertili dette regine. I maschi appaiono solo nel periodo riproduttivo.

Nell’ordine degli Imenotteri si riscontrano molti altri esempi di socialità più o meno evoluta,
il livello di socialità delle vespe, anche se spesso complessa ed affascinante, è meno “evoluta” di quella delle api e di molte specie di formiche che rappresentano fra gli esempi evolutivi più alti della socialità fra gli insetti. La socialità è apparsa negli imenotteri diverse volte durante la storia evolutiva dell’ordine. Probabilmente questa particolarità è data da una caratteristica genetica per la quale tutti i maschi sono di tipo aploide, mentre le femmine sono tutte di tipo diploide.
Secondo un complesso calcolo quindi le sorelle fra loro sarebbero geneticamente simili per il 75% mentre condividono solo il 50% del patrimonio genetico con le madri. [3] Secondo alcuni studiosi[4] per tale motivo le femmine sono portate ad aiutare la madre a generare sorelle invece di dedicarsi a generare prole propria.

I nidi possono essere più o meno complessi e sempre costituiti di un materiale simile al cartone che viene creato impastando del legno con la saliva (da qui il soprannome di vespe cartonaie)[5] e sono posti su rami, rocce, cavità dei tronchi oppure sottoterra, e sono divisi in cellette esagonali con apertura inferiore. Il numero di componenti di una società può andare da alcune decine (è il caso ad esempio del Polistes gallicus diffuso in tutta l’Europa Meridionale), a più di 100.000 individui come nel caso di certe specie tropicali.

Gli adulti delle vespe si cibano di nettare dei fiori ma predano piccoli insetti per integrare la dieta delle larve che allevano nel nido. Le vespe producono anche piccole quantità di miele che usano sia per nutrire le larve che per rapporti sociali attraverso trofallassi.

Le femmine sono dotate di un aculeo velenoso che utilizzano esclusivamente per difesa e la puntura è dolorosa, in alcuni casi pericolosa perché potenziale scatenante di forme allergiche. In tal senso, la vespa più pericolosa è spesso considerata il calabrone, anche se recenti studi[6] sembrano dimostrare che questa specie non sia in realtà particolarmente aggressiva verso gli esseri umani.

Fra le varie specie di Vespidae ne esistono anche con un comportamento da parassita sociale. Ad esempio nell’ambito del genere Polistes, le femmine delle varie specie del sottogenere Sulcopolistes riescono ad accedere ad un nido iniziato, sottomettono la femmina dominante, ed eventuali altre operaie, e depongono le loro uova nelle celle libere del nido. Da quel momento le operaie iniziano a nutrire e curare le larve del parassita. Le femmine del parassita sono sempre tutte feconde e non operano alcuna attività nel nido.[7]

Il termine comune vespa indica anche molte specie appartenenti a famiglie con comportamento solitario, quali gli Sphecidae, le Scolidae.